mercoledì 28 ottobre 2015

TESTIMONI DI (IN) GIUSTIZIA

Editoriale di Luigi Orsino e seguito del precedente dal titolo
"GLI ORCHI ESISTONO…E SONO TRA NOI"



Quando arriva il momento che non riesci più a sopportare la pressione dei mafiosi, la loro tracotanza, le loro richieste sempre più gravose, incominci a pensare di aver bisogno di aiuto. Allora pensi allo Stato come un possibile alleato, come un porto sicuro in cui rifugiarti, ripensi a tutte le volte che hai letto delle promesse che le istituzioni fanno a quegli imprenditori che denunciano i loro aggressori… “ Denuncia i criminali che ti taglieggiano e lo Stato ti sarà accanto, ti sosterrà e ti proteggerà, ti aiuterà a ricominciare”. Certo ti viene spontaneo chiederti come mai lo Stato non abbia provveduto prima proteggere te e tanti altri come te, come mai non abbia avuto il controllo del territorio ed abbia permesso a delle organizzazioni malavitose di sostituirlo e di dettare legge. Certo il dubbio ce l’hai ma cosa altro puoi fare, in un modo o nell’altro ti sei reso conto che la tua vita è ad un bivio e che se denunci sarai perseguitato e punito dai mafiosi, se non denunci, non essendo più in grado di soddisfare le richieste dei criminali, sarai perseguitato e punito. Quando arriva il momento di scegliere tra i due mali sceglierai il minore. Almeno pensi che sia il minore perché da un lato (ribellandoti ai mafiosi) li costringi a prendere drastici provvedimenti per punirti adeguatamente, in caso contrario perderebbero la faccia e non potrebbero più svolgere con dovizia e successo il loro mestiere. Le banche, appena saputo che hai denunciato, provvederà a ritirarti i fidi perché sei diventato elemento a rischio (se ti ammazzano diventa complicato esigere i debiti),  i fornitori, per le stesse ragioni, non ti concederanno più credito,
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i clienti, timorosi, anzi terrorizzati di poter essere coinvolti, casualmente, nella punizione che ti dovrà essere comminata, diserteranno le tue aziende, gli amici, anche i più cari, si allontaneranno: perché rischiare di essere oggetto di una vendetta trasversale? 
Inevitabilmente non puoi far altro che affidarti allo Stato. Cercherai di auto convincerti che lo Stato deve per forza essere dalla parte della legalità, che in qualche modo ed in una certa misura dovrà tenere fede alle sue promesse, non potrà non tenere conto della forza di volontà che ti spinge a mettere a rischio la vita dei tuoi cari e la tua.
Fatto il passo ti senti sollevato, ti senti partecipe di un nuovo ordine delle cose, ti senti il vessillifero della legalità, come altri prima di te, e preso dal desiderio di rinnovamento ti fai parte diligente nel promuovere la tua scelta invitando altri a fare lo stesso.
Ora sei un testimone di giustizia. Vittima di mafia a cui si è ribellata, imprenditore coraggio. Irto sulla barricata hai l’impressione di poter partecipare al cambiamento delle cose. Lo Stato lascia che  ti crogioli nelle tue illusioni, ti intontiscono di belle parole e frase fatte, sembra ti vogliano santificare.
Quando arriva il momento di riscuotere le promesse che ti sono state fatte, allora iniziano i dolori: lo Stato attraverso le sue istituzioni diviene latitante, coloro che ti avevano gratificato di tante belle parole si dicono incompetenti a rispettare i patti, ti rimbalzano da un ufficio all’altro, da un funzionario all’altro. Ad un certo punto ti accorgi che anche le istituzioni locali, dal sindaco in su, vorrebbero dimenticarsi di te, vorrebbero che tu sparissi o che almeno la piantassi di rompere le scatole. Finalmente cominci a capire che qualche cosa non funziona, che tra le parole e i fatti l’abisso è senza fondo. Ora ti ritrovi senza più un lavoro, perseguitato dai criminali e dai creditori
 (già perché quando hai denunciato non hai più potuto mantenere gli impegni presi con i fornitori, la reazione dei malavitosi e la paura di essere coinvolti ti ha privato dei clienti) la tua azienda si è sfasciata, la tua vita si sfasciata. 
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Ti guardi intorno, in questa nuova realtà in cui sei stato precipitato, e ti rendi conto che nulla avviene automaticamente, che esiste tutto un universo di trattamenti diversi. C’è chi riesce ad ottenere qualche cosa perché prima di denunciare è stato più accorto ed ha preteso accordi chiari e sicuri, c’è chi non ha ricevuto nulla di nulla ed ora vive nell’indigenza assoluta (e rimpiange i tempi in cui doveva affrontare quotidianamente i mafiosi perché almeno allora aveva di che sfamare la famiglia), c’è chi riceve molto, troppo, pur non avendone diritto, non si sa bene perché. Poi c’è chi per anni viene confuso, ed etichettato, come collaboratore di giustizia da qualche ottuso funzionario che neanche conosce la differenza tra testimone e collaboratore di giustizia. Ti senti offeso ed umiliato, anche se non è capitato a te personalmente, perché ti chiedi come si possa fare un simile errore, come possa farlo un funzionario che si presume esperto, come sia possibile non sapere che il “Testimone di giustizia” è una vittima che si è ribellata ed ha denunciato i suoi aggressori, mentre un “Collaboratore di giustizia” è un criminale che per convenienza si dice pentito e riceve notevoli benefici, oltre all’impunibilità.
Finalmente cominci a capire che stai navigando sempre nelle stesse acque, nulla è cambiato. Lo Stato ti aveva lasciato solo ad affrontare le orde belluine di criminali senza onore ma prodighi di violenza, ora lo stesso Stato ti lascia solo ad affrontare la reazione di quegli stessi criminali, in più devi anche affrontare lo sfacelo che si è creato intorno a te. Hai perso tutto, non hai più risorse economiche, nessuno dei tuoi vecchi amici ha il coraggio di aiutarti, la paura è pessima consigliera, le istituzioni ti trattano come una pratica da evadere, fogli di carta senza vita gettati in fondo ad un cassetto a prendere polvere. Se osi ribellarti ed alzare la voce corri anche il rischio di avere qualche grana giudiziaria.
Il popolo dei testimoni di giustizia è un esercito dimenticato, poveri esseri invisibili lasciati andare alla deriva nella speranza che spariscano tra i flutti di una vita sempre più difficile da vivere.
E quando qualcuno, e puntualmente succede, ti chiede: “ma ne è valsa la pena? Se potesse tornare indietro farebbe le stesse scelte?” ci pensi su, ci ripensi ma non riesci a trovare la risposta.
Noi testimoni di giustizia soffriamo ogni giorno un po’ di più del giorno precedente, moriamo ogni volta che ci sentiamo rifiutati, piangiamo sulle nostre scelte ma non riusciamo a rinnegarle. 
I nostri sacrifici sono inutili, splendidi fiori gettati nella spazzatura. Forse lo Stato sente il senso di colpa per non aver fatto il suo dovere, ne prima ne dopo, se così fosse già sarebbe un dato positivo. Purtroppo quando siamo costretti a confrontarci con ottusi burocrati arroccati dietro le loro scrivanie ed i loro privilegi non possiamo fare a meno di sentire tutto intero il peso di una tragedia che incombe.
Credo sia corretto, a questo punto fornire un chiarimento sulla posizione (giudiziaria e non) di chi ha denunciato esponenti della criminalità organizzata.

VITTIME, TESTIMONI E COLLABORATORI

So bene di rivolgermi a lettori che, per la maggior parte, non sono addentro all’argomento, per altro, di stretta competenza giudiziaria.
Siamo nel variegato, torbido e pericoloso mondo delle associazioni mafiose, vale a dire malavita organizzata militarmente per prendere il controllo di un territorio usando tutti mezzi a sua disposizione, nessuno escluso. Corruzione, collusione, costrizione, violenza sono i mezzi più comuni di cui si servono i mafiosi per raggiungere i loro scopi, che non sempre sono semplicemente di natura economica ma, sempre più spesso, riguardano la gestione del potere puro e semplice. 
La magistratura usa, tra l’altro, nella lotta alla malavita organizzata i così detti collaboratori di giustizia, testimoni di giustizia e le vittime stesse di quelle associazioni criminali che hanno deciso di collaborare con la giustizia denunciando i fatti accaduti.

Nell’ordine:
Collaboratori di giustizia:
Sono criminali che dopo averne fatte di tutti i colori, essersi macchiati, molto spesso, dei più orrendi crimini che mente umana possa immaginare, come sciogliere un ragazzo nell’acido, decidono, dopo essere stati presi con le mani nel sacco, non un momento prima, si badi, ma solo dopo che sono rimasti impigliati nelle maglie della giustizia vengono colti da subitaneo desiderio di pentimento e di collaborare con gli inquirenti.

Ovviamente il loro pentimento ha un costo, salato per giunta, a fronte della loro collaborazione evitano il carcere, vengono trasferiti in un domicilio protetto e vengono stipendiati dallo Stato. Insomma facevano la bella vita prima di essere beccati e continuano a farla anche dopo. Inoltre, a mio avviso e dello stesso parere sono molti magistrati, questi presunti collaboratori sono poco attendibili, il loro pentimento fortemente sospetto e le loro rivelazioni tese a danneggiare i  nemici del suo clan favorendo quest’ultimo. Ritengo, penso di essere stato chiaro, che i collaboratori siano una piaga che inquina la giustizia, la rende insicura e traballante e, spesso, la porta su strade ben lontane da quelle che dovrebbe percorrere. Sono troppi, immeritati ed offensivi nei riguardi di tutte le persone oneste i benefici di cui già godono.

Archiviato il capitolo collaboratori, vediamo ora chi sono i
Testimoni di giustizia :
In realtà si devono definire testimoni di giustizia, su questo argomento ha cercato di fare chiarezza una sentenza della Cassazione, coloro che assistono ad un evento delittuoso, subito da essi stessi o meno, e su tale evento si rendono disponibili, mediante adeguata denuncia alle forze dell’ordine, a fornire testimonianza in tutte le sedi opportune. Che poi le autorità decidano che la sicurezza del testimone sia in pericolo grave ed in virtù di ciò decidano la forma di protezione più idonea è consequenziale alla situazione contingente che si è venuta a maturare. Un testimone potrebbe essere a rischio di morte ed in questo caso le autorità possono inserirlo in un programma di protezione testimoni, che comporta più sacrifici che benefici.Le vittime della criminalità organizzata:
Sono coloro che hanno dovuto subire, in prima persona, l’azione della criminalità organizzata subendo offese di ogni tipo, tutte tese a renderlo disponibile ad aderire alle richieste dei criminali. Tali richieste possono essere, ovviamente, di varia natura: pretese economiche, obbligo di favorire l’attività del clan, coercizione a fare o dire cose che siano di utilità per i malavitosi.
Le vittime nel momento stesso in cui si rivolgono alle forze dell’ordine per denunciare i rapporti avuti con l’organizzazione criminale danno la loro piena disponibilità a testimoniare sui fatti di cui sono a conoscenza. La vittima è sempre un testimone, magari dei soli fatti accaduti a lui, ma è un testimone. Ciò a prescindere dal fatto che la testimonianza sia stata resa nell’aula di un tribunale o 
meno. Infatti può capitare che una vittima, riconosciuta tale dalle indagini svolte sui fatti da lui narrati, non venga mai chiamata a testimoniare in un’aula di giustizia, per una miriade di fattori legali che sarebbe troppo lungo elencare in questa sede. Così come può capitare che passino anni prima che egli possa vedere i responsabili delle proprie sofferenze seduti sul banco degli imputati e, finalmente, egli possa avere la soddisfazione di puntare il dito contro i suoi persecutori. Che la giustizia italiana sia bradipatica è cosa risaputa. In ogni caso chi denuncia dei fatti delittuosi di cui è stato vittima è un testimone a tutti gli effetti, anche egli se è a rischio deve essere posto in sicurezza. La giurisprudenza si espressa chiaramente in tal senso. Non si trova, nelle attuali leggi, differenza alcuna tra chi ha già portato la sua testimonianza in tribunale e chi invece ancora non è stato chiamato a compiere tale dovere. Ovviamente si considera come dato di fatto che quanto denunciato dalla vittima sia stato vagliato, verificato, accertato e confermato da adeguate indagini di polizia.

I testimoni di giustizia e le vittime, in base alla nuova normativa approvata avrebbero diritto ad usufruire dei benefici di legge previsti per loro. Tale legge tiene conto di un dato incontrovertibile: Chi denuncia i mafiosi va incontro ad una serie di eventi che portano irrimediabilmente ad uno stato di sofferenza, soprattutto, di carattere economico. Se sei imprenditore e denunci i criminali che ti praticavano l’estorsione puoi essere certo che perderai tutti i clienti, vuoi per paura dei clan, vuoi per non essere coinvolti in episodi violenti, vuoi perché in molte parti del nostro paese la regola dell’omertà è ancora ritenuta inviolabile. E’ l’inizio della fine. Dopo poco ti ritrovi senza lavoro, perderai tutti i tuoi averi, se non lavori non puoi tenere fede agli impegni presi e i creditori non perdonano. Purtroppo, in Italia, non esiste una legge adeguata a tutelare coloro che cadono in disgrazia per aver denunciato i criminali, atto obbligatorio per legge. Capita, così, che chi fa il proprio dovere civico, si oppone alla logica criminale, indica i delinquenti rei, evita ad altri di essere aggrediti dagli stessi malfattori, precipiti nel baratro della più nera indigenza. Aiuti? Risarcimenti? Verranno, forse, se aspettare anni ed anni non è un problema. Ma aspettare è un gravissimo problema per tutti coloro che si trovano dall’oggi al domani privi di ogni risorsa economica. Quando i figli ti chiedono pane non puoi dire: “Pazienza figliolo, un giorno lo Stato ci riconoscerà un risarcimento. Per oggi dovremo, ancora, accontentarci di belle parole e pacche sulle spalle”.

Programma di protezione testimoni:
Se, dopo aver denunciato i criminali, dopo che le tue dichiarazioni sono state vagliate e ritenute attendibili, se il magistrato che si occupa del tuo caso ritiene che vi siano reali pericoli per l’incolumità dei tuoi familiari e tua, può proporre il tuo inserimento nel così detto “Programma di protezione testimoni”.
Dovrai abbandonare precipitosamente il luogo in cui vivi, quindi, se già tutto non è andato in malora ad opera dei criminali succederà adesso non avendo più la possibilità di occuparti dei tuoi affari o di ciò che ne resta.
Sarai trasferito in un luogo che dovrà essere sconosciuto anche a quei familiari che non hanno potuto seguirti.
Ti sarà data una nuova identità che, proprio perché fittizia, non ti permetterà neanche l’accesso al servizio sanitario nazionale.
Avrai diritto ad un alloggio a spese dello Stato, che in genera dopo i primi mesi, puntualmente si dimentica di pagare. Ovviamente il proprietario dell’immobile, non pagato, cercherà di buttarti fuori.
Avrai diritto ad una piccola diaria mensile che dovrebbe permetterti di sopravvivere economicamente. Anche questo sussidio mensile, se mai arriva, sarà saltuario ed infine “dimenticheranno” di corrisponderti.
In condizioni di grave pericolo potrebbe esserti assegnata una scorta, ciò equivale essere agli arresti domiciliari: non puoi spostarti senza avvisare le forze dell’ordine e non puoi allontanarti dal luogo in cui sei stato confinato senza la scorta. La tua richiesta di scorta per spostarti, anche di pochi chilometri dovrà essere vagliata dal PM che dovrà dare la sua autorizzazione. 
Resta la possibilità di ritornare sulle proprie decisioni e chiedere di uscire dal programma di protezione. Se lo fai prima di due anni non hai diritto a nulla, se, invece inoltri la richiesta dopo che sono trascorsi almeno 24 mesi avrai diritto alla così detta capitalizzazione. La capitalizzazione è, in pratica, la conversione in indennizzo monetario della cifra che lo Stato avrebbe dovuto spendere per mantenerti nel programma di protezione per il termine massimo di dieci anni (previsti per legge). Al momento di incassare la capitalizzazione ti renderai conto che essa è assolutamente insufficiente ad iniziare una nuova attività, al massimo ti consentirà di vivere per alcuni mesi, tenuto conto che non puoi tornare nel tuo paese di origine se non vuoi finire ammazzato dai delinquenti che hai denunciato.
In realtà per coloro che hanno subito danni economici ad opera della criminalità vi è il risarcimento attraverso i “Fondi di solidarietà”. Tali fondi, contrariamente a quanto si pensa, non provengono, se non in minima parte, dai beni sequestrati alle mafie. Essi provengono da una quota che ognuno di noi versa ogni volta che paga l’assicurazione dell’auto, è dunque a carico dell’intera comunità.
Riuscire a riceverli è un’impresa a dir poco titanica: occorre che i denunciati siano stati rinviati a giudizio, che il PM dia il suo parere favorevole e che vi sia disponibilità di risorse. Ecco le risorse, tutti si chiederanno che fine fanno, considerato che provengono da fonti sicure e rinnovabili, bisognerebbe chiederlo alle grandi associazioni antimafia che ricevono ingentissimi capitali di cui non forniscono mai rendiconto sull’uso che ne fanno. Siamo dinanzi alla mafia dell’antimafia? Forse! Almeno questa è la sensazione che se ne trae trovandosi al di dentro di questo meccanismo perverso. Ci si consolida ancora di più in questa convinzione quando ci si rende conto che solo un numero limitatissimo di testimoni riescono ad accedere ai fondi, a volte anche per cifre ingenti. Guarda caso chi beneficia di risarcimento danni è legato al carro di qualche politico o è ben inserito in qualche associazione antimafia, o è protetto da potenti, o tutte queste cose insieme.
Gli altri? Faranno la fine dello scrivente: Ridotto alla fame, nell’indigenza assoluta, senza alcun reddito, costretto a mendicare per comprare un pezzo di pane o a chiedere nei supermercati un poco di carne per il cane consumandolo, invece, con la famiglia, vivere in un alloggio, per di più sotto l’incubo dello sfratto per morosità, che manca delle più elementari condizioni igieniche sanitarie, contendendosi il poco spazio a disposizione con topi grossi come gatti, dove manca qualsiasi forma di riscaldamento (nonostante gli inverni rigidissimi della zona montana in cui mi trovo).