venerdì 15 settembre 2017

ROBOT

Pensiamoci su: una rubrica di Luigi Orsino

Il termine robot deriva da robota che in lingua ceca significa “lavoro pesante”.
Nel tempo il termine ha assunto una più ampia accezione ossia quella di automazione, produzione industriale con l’uso di macchinari automatici dove l’intervento dell’uomo è ridotto al minimo.

Dalla fine degli anni sessanta, inizio anni settanta, ci hanno fatto credere che introducendo l’automazione nei processi produttivi industriali avrebbe portato ad una migliore qualità del prodotto, le macchine non sbagliano, un calo dei prezzi al consumo grazie a minori costi di produzione e gestione. Inoltre gli economisti contestavano con veemenza che la diffusione massiccia di robotizzazione avrebbe causato forti perdite di posti di lavoro. Secondo loro i posti persi nelle fasce meno qualificate delle maestranze sarebbe stata ampiamente compensata da massicce assunzioni di personale specializzato nel funzionamento e manutenzione degli impianti automatizzati.

Nessuna di queste ipotesi si è rivelata giusta.  I prodotti industriali provenienti da impianti altamente automatizzati sono, di gran lunga di qualità inferiore rispetto ai tradizionali “fatti a mano”, tanto è vero che questi ultimi sono considerati al top della gamma e sono in prevalenza beni di lusso. Inoltre, spesso, vengono immessi sul mercato partite di prodotti che qualsiasi buon artigiano considererebbe difettata. Il calo dei prezzi non c’è mai stato e mai ci sarà in quanto il maggior ricavo viene incamerato dai proprietari degli impianti. La possibile concorrenza a colpi di prezzi più bassi viene aggirata formando dei cartelli, chi non si allinea viene ghettizzato ed infine assorbito da aziende più grandi.

Che nel medio  termine vi sarebbe stato un incremento dei posti di lavoro è una colossale balla.  In realtà la dove occorrevano dieci operai ora ne basta uno. E si va a passi da giganti vero il giorno in cui anche quell’uno sarà superfluo. Già oggi abbiamo impianti che sono totalmente automatizzati ed anche il funzionamento e la manutenzione è affidata a sofisticati computer che governano le macchine direttamente impegnate nella produzione.

Viene logico obiettare: se il numero dei disoccupati aumenta chi acquisterà ciò che viene prodotto negli impianti automatizzati? Nessuno ovviamente. La globalizzazione fa in modo che il fenomeno abbia una valenza planetaria per cui, chi prima chi dopo, tutti i paesi si troveranno ad affrontare lo stesso problema.

L’unica possibile soluzione a questo problema è un’equa distribuzione della ricchezza. In pratica l’automazione dovrebbe liberare l’uomo dall’atavica necessità di lavorare per procurarsi da vivere. La fatica quotidiana dovrebbe essere, anzi deve essere forzatamente, un retaggio del passato. Affrancarsi dal fardello del “lavoro quotidiano” è l’unico, vero, sistema per garantire un  futuro all’economia, per evitare che il sistema imploda. Molti paesi lo hanno già capito ed hanno introdotto delle forme di reddito e sostegno per coloro che sono stati tagliati fuori dal mercato del lavoro. Ciò garantisce che in consumatori possano continuare ad accedere ai prodotti, che le aziende possano continuare a produrre e che il “sistema” si auto alimenti.

Dove trovare i fondi per creare un reddito “sociale”? Occorre che le aziende si rassegnino a cedere parte del loro ricavo netto, questo, o resteranno senza clienti per la semplice ragione che non ci saranno, se non un numero molto limitato di individui in grado di accedere a beni e servizi. 

Purtroppo prima che un tale cambiamento, epocale, entri nella mentalità dei politici italiani continueremo per anni a navigare a vele spiegate nel mare burrascoso della crisi.
I politici italiani sono l’unico caso aberrante di esseri viventi in cui il DNA muta al conferimento di una carica pubblica: da persone normali a ladri patentati.
Luigi Orsino